Le sentinelle sedute


Milioni di persone, tutte le sere, portano avanti una protesta silenziosa contro il sistema, possibile che nessuno abbia ancora colto il segnale di questa protesta non violenta? Milioni di persone, ogni sera, come attente sentinelle che osservano un mondo in disfacimento, stanno sedute sul divano, sulle poltrone e guardano la televisione in silenzio. Non sappiamo come si mettano d’accordo, ma lo fanno alla stessa ora, tutte le sere. Il fatto che nessun sociologo, nessun politico, nessuno studioso abbia ancora colto il senso di quella protesta muta, di un flash mob taciturno che implora attenzione, la dice lunga sull’incapacità della nostra società di cogliere i segnali profondi. Gli attivisti più convinti si sono allenati a stare anche quattro ore davanti allo stesso programma, guardando con stoica resistenza gente che canta, che cucina, che limona, che gioca a calcio, in uno schermo sempre più grande, dagli orizzonti sempre più piccoli. Qualcuno cede e si addormenta prima di aver portato a termine il suo compito, ma prontamente si risveglia alla prima lite, al primo spot che alza il volume di quattro decibel, alla prima smitragliata del film della Marvel e si ricompone, torna nella posizione canonica degli indomiti rivoluzionari seduti e guarda. È gente che ha una convinzione invincibile ed educa i propri figli a questa pratica antagonista e non violenta. Da decenni questa gente guarda, guarda, guarda in silenzio e nessuno si chiede quale profonda esasperazione, quale senso di ripulsa verso il sistema li spinga a un gesto tanto estremo.

Fin da piccoli, fin da quando andiamo a scuola, ci viene insegnato che la società è formata da scale di valore che dipendono da quanto la nostra attività professionale sia astratta. Più la nostra attività professionale è astratta, meno ci sporchiamo le mani, più il nostro valore è alto.

Vittime di questo susseguirsi di valutazioni che, se ci vedono perdenti, ci spingono a pensarci inadatti alla società, cerchiamo la fuga in automatismi già sperimentati, in comportamenti diffusi dalla propaganda e dal passaparola, ci immettiamo nel fiume del divertimento preconfezionato.

Il conformismo culturale ha invaso ogni angolo del nostro svago, dalle processioni motorizzate del fine settimana alle orge televisive, all’invasione delle tavole calde e delle pizzerie, siamo spinti a inquadrare la figura degli altri come sfere solitarie occupanti uno dei posti della fila, a inseguire automatismi di giudizio che servono a mettere alla gogna chi devia dalle processioni forzate.

Gli euforizzanti sociali, centellinati dalle radio, dalle televisioni, dalle luci al laser, dallo stroboscopio del susseguirsi delle immagini sui nostri smartphone, hanno la funzione di non rimettere in discussione la nostra umanità.

Se noi non rimettiamo in discussione i nostri comportamenti, continueremo a essere produttori e consumatori di mercanzie senza soluzione di continuità, in un moto circolare, in un richiamo a volano, che c’impedisce di uscire dal loop della produzione, consumazione, defecazione, della nostra realtà mercificata.

Caghiamo le nostre merci con la stessa rapidità con cui le fagocitiamo e, qualunque sia il ruolo che occupiamo all’interno della piramide produttiva, siamo noi stessi il servo-meccanismo della macchina che costruiamo, sempre più grande, sempre più luccicante, sempre più impossibile da decifrare. Oggi, un bambino riceve regali che abbandona poco dopo avere tolto il cellophane, tanto domani ne riceverà altri.

Ma tutti questi servo-meccanismi sono sistemi chiusi, gruppi esclusivi, che si contrappongono ad altri gruppi, in competizione perenne, sia che si tratti di aziende concorrenti, sia che si tratti di gruppi ultras, sia che si tratti di insiemi etnici.

Quando la televisione chiama, quando il cibo chiama, quando la retorica chiama, il rumore è quello che avvertono gli animali domestici all’agitare le scatole dei bocconcini a loro riservati. E dunque anche noi, a quei richiami, ci poniamo in quella posizione che ci hanno insegnato da piccoli e che assumiamo tutte le volte che ci troviamo di fronte all’ipnosi del potere, l’educazione ce lo impone e l’educazione che abbiamo ricevuto si può riassumere in due parole: “stai seduto”.

114.709 pensieri su “Le sentinelle sedute

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